TIMIDEZZA, ASSERTIVITA’ E AUTOSTIMA

1553

Molti dei pensieri che guidano le nostre azioni partono dal modo con cui ci percepiamo. Pescano dal Mare magnum dell’esperienza, dei valori, dei sentimenti che nutriamo di noi stessi nel rapporto con gli altri. Non è insolito che noi sappiamo in anticipo come ci comporteremo, cosa proveremo di fronte alle persone e, addirittura, quali parole useremo, quali emozioni proveremo. Infatti, non è difficile pronosticare per se stessi il successo o l’insuccesso per una determinata prova. Sceglieremo la strada solita per raggiungere casa, oppure risponderemo si oppure no ad un invito; arrossiremo e ci ritrarremo ad un invito o ad un complimento; affronteremo una decisione rammaricandocene per averla scelta oppure, se ci accorgeremo che è sbagliata, penseremo di poter porvi rimedio, oppure negheremo l’errore e difenderemo l’indifendibile.

Le differenze tra le scelte comportamentali delle persone dipendono in gran misura da come essi si percepiscono.

Quello che stiamo tentando di definire è il concetto che ognuno di noi ha di se stesso. Quello viene chiamato autoschema.

Gli autoschemi sono acquisizioni cognitive provenienti da esperienze e concettualizzazioni precedenti sul modo in cui ci percepiamo per cui ci fanno dire: “sono un tipo indipendente”, oppure: “tendo a dipendere dagli altri”, o anche: “sono un tipo altruista” o “generoso”, ecc. Insomma le credenze intorno a noi stessi o, se si vuole intorno al nostro “sé”.

Viceversa, si tende ad accettare dagli altri valutazioni su di sé che confermano il nostro autoschema.

Ovviamente siamo più disposti ad accettare qualità positive che negative. Sembra che i complimenti siano graditi a tutti.

C’è, però qualcuno che non crede ai complimenti che gli vengono rivolti ed è disposto a negarli e ad accusare chi li fa di essere falso o di perseguire un secondo fine. Anche quando questi vengono confermati dall’evidenza il destinatario sembra essere molto severo nei propri confronti e tende ad attribuire i propri successi al caso o alle condizioni. Queste persone hanno una bassa autostima; si percepiscono talvolta, senza qualità. Per queste persone sembra non avere nessuna importanza il successo, la bellezza, la ricchezza, il riconoscimento per la propria genialità. La presenza di una critica interna sembra riprodurre costantemente l’idea della inefficacia e della inconsistenza delle proprie azioni.

Risultano invece dominanti per queste persone, quei pochi attributi negativi che assumono carattere di pervasività e costanza e che sembrano dominare interamente i propri pensieri.

Un esempio davvero drammatico di questa situazione ci viene offerto dalla “lettera al padre” di Kafka. In essa si rende in tutta la sua evidenza l’influenza, in questo caso nefasta, del genitore.

Per molti anni ancora patii pene strazianti all’idea che quel gigante, mio padre, l’istanza ultima, poteva venire quasi senza motivo e, di notte, portarmi dal letto sul ballatoio, e che quindi io per lui ero una tale nullità”: “questo fu soltanto un piccolo inizio, ma questa sensazione di nullità che spesso mi domina… deriva abbondantemente dalla tua influenza… Già ero schiacciato dalla tua nuda fisicità. Ricordo ad esempio come, frequentemente, ci spogliavamo insieme in cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte, alto massiccio. Già in cabina mi sentivo miserabile, e non solo di fronte a te, ma di fronte a tutto il mondo, perché tu eri per me la misura di tutte le cose…
Se io cominciavo a fare qualcosa che non ti piaceva, e tu mi minacciavi di insuccesso, il timore reverenziale per la tua opinione era tale che l’insuccesso era inevitabile. Ero incostante e incerto. Più crescevo e maggiori erano le prove che mi potevi opporre a dimostrazione della mia mancanza di valore; e gradualmente cominciasti ad avere anche ragione… Di nuovo mi guardo bene dall’affermare che sono diventato così solo per causa tua: tu hai solo rafforzato quello che già c’era.. proprio perché disponevi di un enorme potere su di me, e l’hai impiegato tutto… La sfiducia che tu cercavi di instillarmi…non trovava mai conferma ai miei occhi di bambino, perché vedevo dappertutto soltanto persone irraggiungibilmente eccelse, si trasformò dentro di me in sfiducia in me stesso e in duratura paura di tutti gli altri.”.

Anche se la psicologia dell’autostima appartiene ad un ben preciso indirizzo teorico – la psicologia umanistico-esistenziale – noi cercheremo di spiegare (e di spiegarci) quali sono gli antecedenti, cioè le esperienze della prima infanzia e dell’adolescenza, che influenzano una visione svalutata di se stessi attingendo dagli studi e dalle ricerche in tutti i campi a noi noti.

Allport affermava: “Quanto più un individuo è socializzato democraticamente, tanto più considera intollerabile la ricerca della felicità a danno di altri”.

I primi bisogni del bambino relativi al rapporto (dipendenza, aiuto e legame affettivo) sono il fondamento del divenire, già nei loro stadi anteriori alla socializzazione. In essi è l’esigenza di un rapporto di carattere fondamentale col mondo prima ancora che possa avere inizio lo sviluppo vero e proprio. “Avendo provato l’accettazione in un ambiente ricco di affetto, egli impara più prontamente ad accettare se stesso, a tollerare i modi di agire del mondo e ad affrontare alla maniera propria della maturità i conflitti della vita matura.

L’aggressione e l’odio sono invece reazioni di protesta che sorgono soltanto quando vengono ostacolate le tendenze affettive. Il dare e ricevere affetto costituiscono la migliore forma di terapia. Ma non si suscita affetto né lo si offre facilmente se tutta la vita è stata caratterizzata da reazioni di protesta contro le privazioni sofferte nei primi anni.”

Per Allport bisogna distinguere tutto ciò che ha importanza per l’individuo e ciò che è per lui semplicemente un dato di fatto cioè tra ciò che egli sente vitale e centrale nel suo divenire e ciò che appartiene alla periferia del suo essere. Così rappresentano abiti psicologici le varie forme in cui ci manifestiamo e che in parte costituiscono un nostro adattamento alle regole sociali, ma queste non sono veramente centrali per il nostro senso dell’esistenza. Pertanto, la personalità comprende ciò che ci appassiona ed è importante, cioè tutti gli aspetti della nostra vita che consideriamo particolarmente nostri e che contribuiscono alla nostra unità interiore. E’ questo che Allport considera “il senso del proprio” distinto dalle altre forme del vivere sociale.

Nel “senso del proprio” egli include il senso corporale o cenestesi, cioè il flusso di sensazioni che caratterizzano il “me” come essere fisico e che costituisce il punto di ancoraggio per la nostra autocoscienza.

Oltre alla cinestesi, l’identità di sé è il secondo aspetto del senso del proprio che ogni individuo matura durante la sua crescita psicologica. Rappresenta la consapevolezza della propria integrità e differenziazione rispetto agli altri esseri umani sia riguardo alla peculiarità dei propri abiti psicologici, sia in riferimento alla sua identità come caratteristiche individuali, per cui si è in grado di riconoscersi e attribuirsi.

Un altro costrutto elaborato da Allport per definire e spiegare la crescita sana di individui normali è la valorizzazione dell’io.

La valorizzazione dell’io si riferisce alle necessità di autoaffermazione e di autovalorizzazione.

A parte le difese che siamo in grado di mettere in atto per proteggere la nostra integrità psicologica, vanno menzionate, in questo costrutto, entità psichiche quali l’orgoglio, l’autoconsiderazione, il narcisismo, che possono assumere connotazioni che fino a certi livelli ci aiutano a mantenere una nostra struttura definita.

Purtuttavia, l’amore di sé, in senso egoistico, può avere in noi una posizione preminente senza essere necessariamente sovrano.

I tre aspetti del definiti non potrebbero agire in sintonia e caratterizzare i molteplici aspetti dell’essere umano se non fossero colorati dagli affetti. Il tono affettivo, dunque, che permea i tre costrutti della cenestesi, identità del sé e valorizzazione dell’io costituiscono l’espansione del . Più esplicitamente, mano a mano che cresciamo ci identifichiamo in primo luogo con i genitori, ma anche con certi gruppi, col vicinato, con coloro che parlano la nostra stessa lingua e così pure con gli oggetti che possediamo, con gli abiti, con la nostra casa, ma anche con i valori e gli ideali astratti.

Allport ritiene, in conclusione, che la funzione razionale del “proprio” è capace anche di produrre vere soluzioni, adattamenti appropriati, accurate pianificazioni e soluzioni di problemi.