Osho e I Cinque livelli della mente. Considerazioni sull’abbandono

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Da soli non c’è possibilità di esercitare nessun dialogo o rapporto o relazione. E’ quello che ho cercato di esprimere  con lo scritto precedente e con quello dal titolo: La capacità di sentirsi solo in presenza degli altri. Si tratterebbe proprio di esercitare le qualità insite in quella dimensione che escluderebbe l’ego, abbandonerebbe la personalità e di cui parla Osho a proposito del quarto livello o della “mente universale” quando descrive in termini evolutivi “i cinque livelli della mente” che la persona deve attraversare per raggiungere lo stato di maturità definitivo.

Vorrei, come dicevo, soffermarmi  al passaggio dal secondo al terzo livello e da questo al quarto per esaminare un po’ più da vicino i vari aspetti del termine “abbandono”.

Nella prospettiva di significato a cui accenno, l’abbandono è inteso come miseria e dolore, “una periferia abbandonata” oppure “un bambino abbandonato” nel senso archetipico.

Siamo meno spesso propensi ad accogliere il termine abbandono come uno specifico attributo della crescita e della evoluzione degli individui, sia animali che vegetali (immaginate una serpe che abbandona la sua vecchia pelle).

Nella descrizione che Osho fa dei cinque livelli della mente, in – Il Miracolo più grande-Discorso sui Vangeli, il termine abbandono viene molto spesso citato. Purtroppo, nell’uso comune del termine noi lo riferiamo spesso a qualcosa  come miseria e dolore invece che nei termini positivi ed evolutivi a cui il Maestro si riferisce.

Osho apre le porte ad un significato evolutivo ed evocativo del termine intendendo il distacco da una visione misera e conformista ad una di consapevolezza e progressiva.

La sua “teoria” si traduce in un messaggio sia di evoluzione della persona all’individuo, sia dal semplice al complesso e poi di nuovo al semplice.

Egli fa partire l’evoluzione della maturazione dell’uomo da uno stadio primigenio, il primo – quello infantile della confusione ma anche della naturalezza, del caos, della spensieratezza – al quinto, lo stadio conclusivo della santità del Buddha e del Gesù.

La mente collettiva (quella che si raggiunge col secondo livello dell’evoluzione umana) ha una maschera che è imposta dall’esterno, è necessaria.

Quando si acquisisce la mente individuale  (il terzo livello della mente secondo Osho)   l’uomo è lasciato solo con la sua responsabilità. Ora, sarà in grado di dire i suoi “no” con cognizione di causa. Il “no” diventa essenziale perchè  senza di esso il dubbio e la ribellione non possono esistere.

Dovrai dire no a mille e una cosa, solo così potrai dire di si a quell’unica cosa che vuoi affermare”.

La differenza tra le parole “individuo” e “persona”non è solo di carattere terminologico. Per Osho “Dio ama gli individui ma non le persone” e la differenza è enorme: una persona è qualcuno che ha lasciato cadere il suo ego, e sa chi è.

Riportando Frankl che dice che “Dobbiamo volere l’abbandono della personalità” Osho, ripropone l’abbandono di qualcosa che è servito e che, arrivato a maturità (consapevolezza), deve essere lasciato andare, liberarsene.

La personalità è solo una maschera, è un espediente teatrale, un puro e semplice strumento di scena”. Aspirare alla libertà, alla salvezza o al nirvana indica semplicemente l’aspirazione a essere sollevati dalla vostra cosiddetta personalità e dalla prigione che essa crea. L’ego come prigione può essere rimosso vivendo lontano dalla società. Infatti, l’ego può esistere soltanto all’interno di una società.

A proposito della grazia del bambino del livello iniziale della crescita, definito pre-mente, Osho la considera, definitivamente perduta come qualcosa di indispensabile e di definitivo.

Egli afferma: “lo stato di grazia deve essere perduto in quanto il solo modo per guadagnarlo è perderlo. D’altra parte si può arrivare a comprendere solo quando si è perso qualcosa”.

Per crescere e svilupparsi bisogna necessariamente lasciare, abbandonare la condizione precedente.  Pensa al frutto che, maturo, cade dall’albero, viene “abbandonato” dall’albero. Ma il frutto “abbandonato” contiene i semi che, cadendo nel terreno, germogliano e danno origine ad una nuova pianta. La serpe abbandona la pelle vecchia perchè non le serve più. La nuova è più adatta al nuovo individuo che cresce e muta. Ma l’esempio più chiaro è rappresentato dalla pupa o crisalide che lascia il bozzolo, lo abbandona, per liberarsi come farfalla.

Il bambino, lascia la sua condizione infantile per crescere…e lo vuole. Il bambino vuole essere adulto. Lo fa con grande desiderio. Infatti, ogni bambino vuole diventare grande. Da grande rimpiangerà quello stato di spensieratezza, ma da bambino non ne è consapevole. Infatti Osho parla di stato inconscio che va abbandonato: “come puoi trattenere qualcosa se ne sei inconsapevole ? Dev’essere perduto: il solo modo per guadagnarlo è perderlo”. Lao Tze parla anche dello stato di libertà della farfalla come qualcosa di effimero: Ciò che per la crisalide è la fine del mondo,
il mondo  chiama farfalla.

Anche Osho richiama il precetto: “Il mondo è come tu lo vedi”, riproponendo l’antica scrittura buddista, proprio come fanno i teorici del pensiero Costruttivista quando affermano che “la realtà è solo una rappresentazione data dalla mente umana di qualcosa che, appunto, senza una mente che la pensi non può esistere. “. Secondo le parole di Korzybski: “La mappa non è il territorio”.

Il bambino, da grande rimpiangerà quello stato di spensieratezza. Avrà nostalgia ma non potrà più tornare indietro ormai. Questo sentimento ha un grande valore per l’adulto. Anche l’adolescenza si rimpiangerà, per ragioni diverse, ma anch’essa costituirà motivo di nostalgia nell’adulto. Grazie a questo sentimento il padre potrà capire il figlio, immedesimandosi con lui, il nonno comprendere il nipote.

Secondo le parole di Frankl, riportare da Osho: “Il guaio con il sé è che è governato dagli altri. Viene costruito nel tentativo di vivere all’altezza delle aspettative altrui. Gli altri si insediano nei nostri cuori, e noi li chiamiamo “Il nostro sè”. Secondo Osho, “il sé esiste dentro di te, ma è posseduto dagli altri: ecco perchè è così facile manipolare una persona egoista con l’adulazione”.

Quando l’uomo lascia il terzo livello, dominato dall’ego, per acquisire il quarto livello, egli supera la meschinità dell’egoismo per conquistare la “mente universale” dove si diventa un “tutt’uno con il tutto”.

Con il quarto livello “tu non esisti, sei scomparso, e tutta l’energia che era trattenuta nell’ego viene liberata. Quell’energia diventa Bellezza, Bontà e Verità.

Proprio come nei salti quantici degli elettroni nell’atomo, viene raggiunto un nuovo stato con proprietà emergenti, nell’uomo si ottiene uno stato completamente nuovo e dotato di qualità anch’esse nuove. Per Osho, questo stato della mente  che si è finalmente liberato dall’ego può essere definito: “Dio, in quanto madre”. Questa definizione, accogliendo due, e non uno, archetipi – Dio e Madre – ,si esprime non più in funzione della razionalità, ma in base all’amore”. Abbandonare adesso l’ego non significherebbe abbandonare l’intero sé, cioè quello che Osho riferisce alla personalità. Infatti, se ciò fosse dovremmo rinunciare anche al dubbio, al pensiero critico, all’intero pensiero logico, accettando acriticamente (e paradossalmente) il male in nome dell’amore. Rinunciando, anche solo per un momento, all’intero sé, intendendo rinunciare anche al pensiero critico e alla capacità di discriminare tra il bene e il male, il giusto dall’ingiusto, saremmo confinati in un universo abbastanza ristretto e molto vicini alla separazione dalla società. Ma ciò non avviene. Infatti, Osho dice: “si pensa alla vita non in funzione della logica ma in base all’amore”. Immagino che con  ciò non voglia intendere l’esclusione completa della logica, altrimenti dovremmo, d’ora in poi rappresentarci come nel primo livello, secondo la  sua teorizzazione, anche se definisce la mente universale del quarto livello come una seconda infanzia.

Non è caotica ma autodisciplinata con un ordine interiore e una nuova responsabilità.

Nella nuova dimensione, “vedi ciò che è giusto e quello deve essere fatto. Qui la conoscenza diventa una virtù: agisci in base alla tua consapevolezza, e la tua vita è trasformata.

Nel quinto e ultimo livello si raggiunge quello che Osho definisce essere la mente di Cristo, la mente del Buddha. “Per la prima volta sei un essere e non un divenire. Per Osho lo stadio ultimo dello sviluppo umano è lo stadio del Buddha mentre il primo è lo stadio del Buddhu in quanto a volte l’idiota sembra un santo e il santo sembra un idiota. La somiglianza perchè entrambi sono privi di mente.: l’idiota è al di sotto della mente e il Cristo ne è al di sopra ma entrambi sono al di là della mente.

Se Osho crede nel principio che nello sviluppo uno stadio precedente lasci il posto a quello successivo scomparendo, ciò non può essere applicato all’esempio che fatto prima a proposito dell’albero. In quanto l’albero lascia i  frutti maturi solo per riprodurre se stesso mediante la disseminazione dei semi che si trovano dentro. L’albero rimane nella sua continua “esperienza” e utilità per la Natura. Non muore ma si rinnova lui stesso. Nella “logica” della Natura non esiste il bene e il male, il bello e il brutto, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. La Natura, si “muove” e viene governata solo dal “caso e dalla necessità” (secondo le parole del biologo premio Nobel J. Monod), volendo riproporre un punto di vista libero da imbrigliamenti dogmatici e finalistici. Voglio credere che il raggiungimento di uno stadio, nel discorso di Osho, è inteso come evoluzione e sviluppo. Sviluppo di un essere che non abbandona quello che era prima ma inserisce il nuovo sul vecchio facendo rivivere il vecchio e valorizzandolo. Proprio come facciamo noi esseri umani quando cresciamo. Non rinunciamo alle qualità che avevamo prima, nello stadio precedente, ma le valutiamo secondo la consapevolezza acquisita oggi.