Capire i sentimenti senza parlare, cosa è l’Alessitimia ?

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Se, arrivati ad un certo punto della vostra vita, vi sorprendete a domandarvi perché le persone care intorno a voi si lamentano delle vostre “freddezze affettive”, se più di una volta la vostra compagna vi ha sinceramente accusato di scarsa emotività e voi stessi vi riconoscete una certa difficoltà a vivere pienamente certi sentimenti o certe emozioni, è probabile che siete affetti da alessitimia.

Il termine “alessitimia”  fu coniato nel 1973 da Sifneos. Si tratta di una particolare costellazione di caratteristiche psicologiche, cioè “un disturbo specifico nelle funzioni affettive e simboliche”, spesso presente nei pazienti psicosomatici.

Alessitimia significa letteralmente “mancanza di parole per le emozioni”, e indica una sorta di “analfabetismo emozionale”, una marcata difficoltà nel riconoscere, esplorare ed esprimere i propri vissuti interiori.

Una difficoltà di identificare i sentimenti e di distinguerli dalle sensazioni; difficoltà nel descrivere e comunicare emozioni e sentimenti alle altre persone; processi immaginativi limitati; stile cognitivo orientato esternamente.

Essendo incapaci di identificare accuratamente e di “dare un nome” ai propri sentimenti soggettivi, le persone alessitimiche hanno difficoltà a comunicare verbalmente agli altri il proprio disagio emotivo e non riescono ad usare le altre persone come fonti di conforto, di tranquillità, di aiuto nella regolazione dello stress. La scarsità della vita immaginativa limita inoltre la loro possibilità di modulare l’ansia e le altre emozioni negative, attraverso i ricordi, le fantasie, i sogni ad occhi aperti, il gioco, ecc.
Al contrario degli “alessitimici”, gli individui “emotivamente intelligenti”, hanno una buona autoconsapevolezza emotiva, sanno riconoscere precocemente i segnali fisiologici che accompagnano l’emozione, hanno capacità di autointrospezione e autoregolazione.
Questa operazione è fondamentale perché dota di senso l’esperienza emozionale, la arricchisce con la “valutazione” cognitiva (ad esempio in termini di novità, pericolosità, capacità di farvi fronte, possibili risposte, relazione con i propri valori e le norme sociali…), la collega più saldamente con i propri vissuti e con la storia soggettiva.
Oltre che come tratto di personalità relativamente stabile, l’alessitimia può emergere come fenomeno secondario, come stato reattivo in conseguenza di gravi traumi o di malattie fortemente invalidanti o in cui c’è pericolo di vita (cancro, dialisi, trapianto); in momenti particolarmente critici dell’esistenza “l’anestesia emozionale” sembra avere finalità adattive, rappresenterebbe cioè un massiccio meccanismo di difesa verso la propria realtà interiore fonte di sofferenza e di grosso scompenso.
L’incapacità di elaborare le emozioni sembra essere un fattore di predisposizione generale alla malattia psicosomatica (mal di testa, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali, dolori articolari cronici, asma bronchiale, malattie dermatologiche. Gli alessitimitici sembrano più facilmente soggetti a sintomi somatici funzionali, a lamento somatico senza spiegazione medica, a preoccupazioni ipocondriache.
Anche nelle persone con disturbi da abuso di sostanze si osservano massicci problemi di disregolazione affettiva e alessitimia. Le persone dipendenti da alcool o droghe sperimentano di frequente depressione, rabbia, irritabilità, un “miscuglio confuso di stati affettivi dolorosi”; tanto che è stata avanzata “l’ipotesi dell’autoterapia”, cioè dell’uso delle sostanze psicoattive per alleviare e gestire gli stati affettivi spiacevoli e la propria confusione emotiva (con una scelta non casuale della sostanza, a seconda delle sensazioni emotive dominanti).